“…mai come quando amiamo prestiamo il fianco alla sofferenza, mai come quando abbiamo perduto l’oggetto amato o il suo amore siamo così disperatamente infelici”.
Sigmund Freud
il tavolo. un angolo di visuale sul mondo.
“…mai come quando amiamo prestiamo il fianco alla sofferenza, mai come quando abbiamo perduto l’oggetto amato o il suo amore siamo così disperatamente infelici”.
Sigmund Freud
Una singola perla
Gli aspetti per noi più importanti delle cose sono nascosti dalla loro semplice quotidianità. (Non ce ne possiamo accorgere, - perché li abbiamo sempre sotto gli occhi.) Gli autentici fondamenti di una ricerca non danno affatto nell’occhio a chi vi è impegnato […] E questo vuol dire: ciò che, una volta visto, è il più evidente, e il più forte, questo non ci colpisce.
L. Wittgenstein
Ricerche filosofiche

Ho paura della paura; paura degli spasmi del mio spirito che delira, paura di questa orribile sensazione di incomprensibile terrore. Ho paura delle pareti, dei mobili, degli oggetti familiari che si animano di una specie di vita animale. Ho paura soprattutto del disordine del mio pensiero, della ragione che mi sfugge annebbiata, dispersa da un’angoscia misteriosa (Guy de Maupassant)
(Fonte: davidelippolis.it)
Per-dono.
Per-donare. È necessario avere la posizione più alta rispetto a chi ha moralmente mancato. Più alta compiuta e piena in senso etico, così da riuscire a colmare il vuoto di chi ha mancato, restituendogli la stessa posizione morale. Donare per restituire, ristabilire un equilibrio etico. Perché ? E chi ha la possibilità di questo dono-per?

Paris, Elstir et la Swann
“Un salotto. Nessun realismo. Nessun elemento inutile.” Queste le note alla scenografia che la Reza prescrive per offrirci, affilata, tagliente e vera l’involuzione della civiltà o meglio, il suo smascheramento, ne Il dio del massacro.
In questo salotto due coppie borghesi si incontrano per discutere del litigio violento avvenuto tra i loro due figli undicenni: l’intento è quello di appianare la questione tra i ragazzi e discutere dell’accaduto.
Ma se è vero che in qualche modo l’educazione dei figli rispecchia quella dei genitori è vero che molto spesso anche ai nostri figli, come al resto del mondo, mostriamo una maschera: il costume di ciò che ci hanno insegnato essere bello e buono, civile; politicamente corretto, non violento, anti-razzista. Eppure, dentro di noi, il dio del massacro, aspetta solo di essere evocato e gli basta davvero una chiamata a bassissima voce: una precedenza non rispettata, uno spintone in metropolitana ed eccolo là, a scatenarci la violenza, la scorrettezza, il razzismo. L’odio.
Così, quella che doveva essere una sana ed educativa conversazione tra persone civili e acculturate, si trasforma in una carneficina morale.
Il salotto diviene allora luogo metaforico dell’apparenza, dell’esteriorità; quella stanza di case reali o interiori dove scegliamo di mettere solo quello che di bello e buono e soprattutto presentabile vogliamo offrire all’ Altro, che non ci conosce o ci conosce poco; il luogo ideale per giocare con le nostre maschere morali.
Se Proust ci aveva regalato dei salotti, come luoghi letterari, una vera e propria geografia affettiva, descrivendoli al dettaglio, estenuandoci quasi, ma riuscendo sempre a farci sentire, fisicamente, il fruscio di tende e pettegolezzi, l’odore di tuberose delle dame e l’olezzo pestilenziale dell’ipocrisia sociale e della violenza sotterranea, la Reza sceglie di ridurre la descrizione all’osso, regalandoci la vista di un’esplosione di valori con poche pesantissime parole. Gelida, impietosa, respingente quasi, perché in quel salotto pieno di libri, comodo, luminoso, dove echeggiano idee piene di buon senso – e sono così tante eco del Nulla- ci siamo seduti tante volte anche noi.
Respingente come il sublime kantiano, che ci mostra le stelle ed insieme, l’abisso.

Lo ammetto. Ho comprato questo libro d’impulso. Mi piaceva il titolo. Mi piaceva il suo essere un piccolo schizzo rosso e ruvido tra cumuli di copertine patinate, nuove. Fresche di edizione.
Di Herta Muller, prima, non avevo letto nulla. Nemmeno nei giorni post-Nobel, quando la curiosità avrebbe potuto vincere sull’interesse vero.
“Il re si inchina e uccide” narra la gestazione letteraria della Muller: ed è un racconto onirico, saturo di immagini, punteggiato dal ricordo.
E’ anche una narrazione densamente filosofica, che a partire dalla domanda sull’Io -la domanda bambina: “Che valore ha la mia vita?”-ci scaglia nell’impossibilità.
L’impossibilità delle parole. La loro incapacità di penetrare e descivere senza scarti “quel che accade nella fronte”.
L’inutilità del discorso ai fini dell’esistenza.
“Le regioni interiori non coincidono con il linguaggio, esse ci trascinano là dove le parole non riescono a soffermarsi. Spesso sono le cose essenziali quelle su cui non si può dire niente, e l’impulso di parlarne scorre bene perché va oltre senza fermarcisi.
Solo in occidente si pensa di risolvere questo disordine parlandone….Quando gran parte della vita non quadra più, anche le parole vanno a fondo”. Impossibilità (oppure un’inefficace con-possibilità) del linguaggio, inadeguatezza all’esistenza. Ma in questo smarrimento, in questa paura terribile di essere inghiottiti per sempre dallo scollamento che si apre tra vita interiore e realtà, rimane il “desiderio di poterlo dire”, di fermarsi almeno alla ricerca di una co-incidenza.
“La bestia nel cuore” è Hertzier, (da noi, Il paese delle prugne verdi). Hertzier sostituisce nell’immaginario e nella poetica dell’autrice la figura del “re”, immagine nella quale aveva condensato il razionale “perfido e ricorrente” che zittiva la paura, il disordine esistenziale, l’indicibile:
“Dove si presentava il re non c’era da attendersi alcun riguardo. Tuttavia metteva ordine nella vita, senza parlare vinceva il disordine se questo rifuggiva dal dicibile. Il re era da sempre una parola vissuta. Con le parole non si riusciva a trattare con lui…”
“La bestia nel cuore…è affiorata sulla carta…perchè avida di vivere nella paura di morire, dovevo cercare una parola, che allora però, quando vivevo nella paura, non avevo. Volevo una parola a doppio taglio…avrebbero dovuto starci tanto la soggezione quanto l’arbitrio. E doveva entrare nel corpo, in viscere particolari, in un organo interiore che può farsi carico di quello esteriore nel suo complesso. Volevo rivolgermi all’imprevedibile che si trova in ogni essere umano…”
Lo schizzo rosso, è rosso sangue. Caldo. Vischioso.
Un detonatore di sensi e di vortici di pensiero.
Some girls are bigger than others

Piccoli gioielli i romanzi di Elizabeth von Arnim. Rimasti per decenni a impolverarsi; smarriti o volutamente sepolti dalla memoria della critica,che accostandoli antiteticamente alle opere di Virginia Woolf, ce ne ha tramandato un’immagine che non corrisponde al loro effettivo valore; l’immagine di letteratura biedermeier, legata esclusivamente a valori borghesi; placida. Da merenda nel salottino buono.
Ma quale imperdonabile errore non riuscire invece a vederne la carica dirompente, la capacità di approfondimento psicologico. L’ironia. Il crudo sarcasmo, anche, volto a colpire proprio quella società borghese con la quale invece, e a torto, la si voleva identificare e costringere. Il linguaggio dinamico, forte di una capacità descrittiva di ambienti e esseri umani brillante, da specchio impietoso.
Elizabeth scrive di donne. Scava nelle loro profondità, nelle paure. Osserva dall’interno le passioni che le muovono. Le riscatta da un ambiente che le vorrebbe sottomesse, silenziose. Ignoranti, soprattutto.
E il motore che sceglie per avviare questa marcia di ribellione è l’amore. Gli amori. Quelli segreti, coltivati come giardini luminosi. Quelli “socialmente impossibili” della maturità, come in ”Amore”, scritto in maniera parzialmente autobiografica, nel 1926.
Catherine, vedova ormai quasi cinquantenne, incontra un giovanissimo e dirompente Christopher a teatro. Incredula e sopresa dalle sue attenzioni, si scopre pronta di nuovo per la tenerezza, per vivere una giovinezza rinnovata, piena. Non verrà ovviamente accettato questo amore, guardato anzi con orrore e cattiveria da amici e famigliari.
Ma è anche Catherine stessa che da innamorata, a sua volta, non riuscirà più ad accettarsi perché, accecata dalla paura di perdere i suoi affetti, si vede con gli occhi inflessibilmente chiusi ai sentimenti, della società che la circonda: non è una donna che ama ed è amata ma un’anziana patetica, ridipinta. Che arranca ridicolmente per correre al passo dell’età del suo uomo.
La solitudine, la perdita di sé, della sua immagine, la battaglia quotidiana contro il terrore per il tempo che sembra scorrere sul suo viso ad ogni minuto, sembrano l’amaro prezzo da pagare per questo amore.
E’ qui ed è con smarrimento che si arriva a constatare quanto le briglie sociali, i paletti morali e persino estetici inflitti alle donne siano esattamente gli stessi di oggi. Di quanto fresche, attuali ed esplosive possano essere le valutazioni di questa autrice.
Di come le rivoluzioni, tanto quanto la barbarie, comincino a casa.
Nel salotto buono, possibilmente.
L’IMBARAZZO DELLA GENTILEZZA o il vegetariano silenzioso. (Tragicommedia in più atti)
Ultimamente accettare un invito per cena (a casa o fuori) con persone che conosco poco è diventato faticoso.
Se sono..fortunata (!) qualche amico, sussurra nascostamente al telefono: “uhm, viene anche un’amica, però…è vegetariana…come? No le uova credo le mangi ancora…cazzo no, non ho chiesto se gallate o non gallate…Il formaggio erborinato? Cheppalle, a saperlo non la invitavo…scusa, dài, ti faccio sapere…”
(Ma sei tranquilla. In fondo vivi il tuo vegetarianesimo silenziosamente, senza fare proseliti, senza inalberare snobismi. Senza integralismi nemmeno. Non hai mai guardato parenti e amici con schifo mentre rosicchiavano una costoletta e tu, (salivazione copiosa per soprammercato) intanto rovistavi zitta nell’insalata.
Ignara di avere già scatenato sconforto e fastidio, confermi la tua presenza alla cena. Contenta. In fondo poi, esci poco, vedere gli amici e conoscerne di nuovi ti è più che salutare.
Arrivi.
Sorridi.
“Ah, ecco…sei tu! Beh ti pensavo molto più pallida…sai uno pensa che i vegetariani…ma tranquilla, ti ho fatto una cosa a parte!”.
Inghiotti il disagio. Una cosa a parte? Perchè? Io mi accontento di quello che c’è e posso mangiare…e voglio mangiare.
Ma è quando vi sedete e parte la cena che il gruppo di persone che tu sai essere gente sensibile, con ideali simili ai tuoi, insomma cristo persone come te in qualche modo, ecco. E’ la che il gruppo, come un’unica bestia a più bocche dà inizio alla guerra…
“Scusa ma perchè sei vegetariana? Ti dispiace per gli animali? Ma sei sicura che soffrano? Scusa allora non dovremmo mangiare nemmeno le piante o no? (E qui, di solito, la bestia multibocca unisce i suoni in un’unica risata di autocompiacimento).
Balbetti qualcosa sull’impatto ambientale…
“Come? L’ecosostenibilità? Ah ma cosa vuol dire, l’economia…e poi cosa vuol dire, hai dati certi?…chissà perchè su giornali autorevoli tipo il Sole non ho mai letto niente del genere…di solito sono sempre articoli di gruppetti tipo Greenpeace a parlare…
Sorridendo (già un pò più amara di prima) provi a lasciar cadere la discussione, lanci un argomento differente. I figli! di solito funziona, tutti noi siamo iperconcentrati sui nostri figli…
“Ma scusa a tuo figlio non dai la carne? Ah, non la cucini se puoi…no perchè mi sembra assurdo imporre un’alimentazione scorretta a un bambino e poi e poi…e anche…nemmeno pesce?…
“No per la verità penso che essere vegetariani sia una scelta personale e quindi…”
Ma le voci delle bocche ti sovrastano. Non ti conoscono ma hanno già compreso tutto.
Sei faticosa, noiosa, pesante, indegna come madre.
Ma perchè sei qui a cena? Per farci sentire in colpa?
Ti stringi nei tuoi migliori sorrisi di circostanza e aspetti di potertene andare dignitosamente.
La mia scelta di vegetarianesimo ha forti ragioni, moltissime parole. Ma ne scelgo una, una sola, adesso.
Gentilezza.
Credo sia una scelta gentile. E gentilmente la porgo se dico “no, grazie”, davanti a un piatto di carne o pesce. Mi rendo conto però, che anche scelte gentili e individuali come queste, possano scatenare turbolenza, fastidio.
E nella gentilezza della scelta, mi auguro allora, che possano scatenare anche riflessione dopo l’imbarazzo. E magari, smaltita la cena, un pensiero.



Ho visto centinaia di bandiere italiane ieri. Coccarde. AllStar modificate per la ricorrenza. Cappottini per cani, addirittura. Un immagine di appartenenza, di improvvisa italianità orgogliosa, di unione tricolore che mi lascia un pochino perplessa.
Patria.
Che parola complessa.
Parola astratta, spesso, nel ricordo dei migranti, che ieri come oggi la ingigantiscono e rendono favolosa nel ricordo.
Patria come seconda dopo dio e prima di famiglia, negli slogan di nera memoria.
Patria Pater, valori maschili che richiamano guerre, conquiste per il territorio, fanti, Piave, morti.
Non lo so, mi turbano un poco le celebrazioni di questo tipo.E mi turba moltissimo, invece, vedere gente che tende ad essere sgarbata col vicino, attenta solo ai propri bisogni contingenti da italiano medio, vigile solo a che non si sporchi il proprio orticello ma prontissima ad imbrattare strade, a dimenticare i resti non edibili di un picnic su spiagge o nei prati esibire questa italianità.
Mi turba ancora di più, anzi mi manda letteralmente in bestia, celebrare l’unione di un paese che sostiene politiche dell’esibizione, della connivenza, delle mafie grandi e piccole, ma che per un giorno si sente altamente meritevole di poter sciamare per negozi e intasare centri commerciali con la coccardina d’ordinanza.
Il mio paese, e non la mia patria, vorrei che fossero diversi.
Mi sento migrante qui, con un’idea astratta e bellissima di ciò che potrebbe essere.
Quindi se devo scegliermi una patria oggi, mi scelgo quella del mio quartiere.
Settanta lingue, un numero imprecisato di religioni, colori, maniere di vivere differenti coagulate in una via lunghissima, cunicolare, ex area dormitorio per altri migranti- italiani questi- impiegati nelle fabbriche ormai dismesse che circondano la strada. Dove vivere insieme è settanta volte più difficile e faticoso, ma ha, ogni giorno il sapore della possibilità, del mondo intero. Della diversità.